Da qualche parte, non sai bene dove e non sai bene per quale motivo, un elicottero si alza in volo.

Un elicottero che vola si sa, ha sempre un suo fascino. Tutto quel vento, tutto quel rumore… è uno dei miracoli realizzati dall’uomo. Una di quelle cose che pur vedendo da vicino non riesci a spiegare. Ti chiedi sempre come faccia a volare, come faccia a sollevarsi da terra così grosso, impacciato e ferroso com’è. Ma in questa storia un elicottero ha un ruolo marginale, seppur fondamentale. Si alza imponente come al solito, ma lo fa tra le lacrime, la disperazione, lo sgomento. Si lascia dietro di se una morte ed una scia lunga di lacrime e dolore. Si lascia dietro molte speranze e molti sogni infranti. E tutto quel vento e tutto quel rumore sono quanto mai inopportuni in una situazione che invece richiederebbe estremo silenzio, calma e rispetto.

A bordo di questo pachiderma d’acciaio ci sono un pilota, due chirurghi, tre infermieri ed un piccolo frigo. Una di quelle stupide borse frigo che ci si porta sempre distrattamente in spiaggia ripiene di bibite gasate, zuccherose e dannose per l’organismo. Ma in questo caso quella borsa non contiene alcuna bollicina. Contiene un dono immenso. Un regalo così grande che solo un essere umano può fare ad un suo simile quale estremo gesto per esorcizzare la morte.

Il team a bordo è pronto a partire. Tutti sono svegli da molte ore. I chirurghi hanno passato tutto il pomeriggio e buona parte della notte in sala operatoria. Il pilota è seduto da diverse ore al suo posto con i nervi tesi e pronto a partire in qualsiasi momento. Gli infermieri fanno la spola tra la sala operatoria, i parenti, la burocrazia, come una paziente ed efficiente squadra di formiche.

Da un’altra parte del mondo, ora non conta quanto lontano, c’è una persona che sta vivendo in qualche modo la sua esistenza. Tenuto artificialmente in vita da macchine guarda il soffitto tendere sempre più al giallo.

Il soffitto, intendiamoci, è sempre bianco immacolato, ma sulla sua retina cominciano a formarsi i coaguli. Sono causati dal suo fegato che non ne vuole più sapere di funzionare. Un’infezione fulminante lo ha spappolato riducendolo in fin di vita.

Sono da poco passate le tre del mattino.

Tutto accade in pochi minuti. Un boato. Attonito. Come quando gli amici decidono di farti una festa a sorpresa.

Sei o sette persone entrano in camera. Le luci si accendono all’improvviso. Si sentono voci, frastuoni.

Lui non stava di certo dormendo, ma tutto quel casino intorno è comunque disturbante.

Nessuno dice una parola e tutti si danno da fare. Tutti sanno ciò che sta per succedere. Chiunque si trovi in quella sala. Chiunque sia in apprensione a casa. Il team dell’elicottero. I genitori di Nicolò. Tutti lo sanno.

Lo sa anche lui, ma non sembra curarsene molto. Le emozioni lo sovrastano.

In meno di tre minuti si passa da uno stato di quiete ad uno di caos.

Lui è li, gli occhi sbarrati, non ha la forza di reagire, di parlare. A ripetizione tre aghi gli bucano la carne del braccio, una maschera che emana un profumo acre gli viene premuta contro il naso e la bocca, una fascia sull’altro braccio comincia a prendere i parametri vitali.

Lui guarda intorno, tutto accade in pochi eterni minuti, come in quei film dove la realtà intorno viene mostrata rallentata in un interminabile caos cinetico. Il suo sguardo rimane fisso verso il suo cellulare. Avrebbe voluto avvisare qualcuno. Avrebbe voluto scrivere a lei a cui in fondo continua a pensare in ogni momento. Avrebbe voluto non essere così solo in quell’istante. Ma i suoi occhi già si fanno pesanti. Il respiro affannoso. La testa pesante si svuota con dannata rapidità. Il “bip” dell’elettrocardiografo risuona sempre più ovattato.

Il buio.

Quando si risveglia sono passati già 3 giorni, anche se sono sembrati pochi attimi. Accanto a lui i chirurghi che hanno eseguito l’intervento. Sono stati svegli quasi trenta ore affinché questo miracolo si compisse. Poi una suora. Non vedeva una suora da anni ed ha subito pensato che fosse arrivato il momento della sua estrema unzione. Invece quella vecchietta lo ha accarezzato e gli ha sussurrato una frase. Lui non l’ha capita, ma non importa, in quel momento gli è sembrata la cose più dolce che gli postesse capitare.

La luce ha iniziato a diventare meno intensa. Con pazienza ha iniziato a mettere a fuoco le sagome, i particolari, i colori, le voci.

I chirurghi insistevano, bisognava essere felici… tutto era andato bene e, grazie alle più moderne tecnologie gastroscopiche, non ci sarebbero state nemmeno cicatrici, ne segni evidenti.

Ovvio, la parte più difficile doveva ancora arrivare. Il rischio del rigetto era e sarà sempre presente per le settimane a venire. I farmaci per scongiurarlo sono devastanti e causano molti scompensi. Ma ora non era tempo per il pessimismo. Ora bisognava gioire!!

In fondo a quello stanzone, un vetro grandissimo, enorme e dietro si poteva già vedere la neve che cadeva, l’inverno e i passerotti che cercavano le briciole sul davanzale.

Durante i giorni successivi lui ha ricevuto molte visite da medici e specialisti. Pare sia stata una cosa rara. Pare che le possibilità di sopravvivere a questo tipo di esperienza siano una su trecento. Pare che lui sia davvero fortunato.

Ha ricevuto anche la visita di Luigi, pilota specializzato dell’elisoccorso. E’ stato lui a far alzare in volo quel gigante di ferro che ha permesso a questa storia di avere un lieto fine. Hanno parlato per ore di aerei, elicotteri e volo e Luigi ha promesso di aiutarlo e di fargli da istruttore quando finalmente potrà dare l’esame per il brevetto di volo.

Ed ha ricevuto la visita di Aldo e Maria, la mamma e il papà di Nicolò.

Nicolò è il ragazzo a cui è stato asportato il fegato usato per il trapianto.

Nicolò è morto il pomeriggio dell’undici gennaio alle 15.37. E’ stato investito mentre era a bordo del suo scooter. I suoi genitori non hanno avuto nemmeno un attimo di esitazione a donare i suoi organi.

Hanno pianto insieme per ore. Aldo e Maria hanno detto che lui è buono, che gli si legge in faccia e che ha meritato quel gesto d’amore.

Lui oggi vive portando dentro di se una parte di Nicolò.

Ed ha promesso ad Aldo e Maria che se mai avrà un figlio, si chiamerà Nicolò.

In fondo quel nome gli piaceva da sempre, ma questo Aldo e Maria non lo sanno.

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